Mercoledì 26 marzo l’ottava edizione di FOG propone un doppio appuntamento a Triennale Milano Teatro con due tra le protagoniste più interessanti della nuova coreografia italiana: alle ore 19.00 (in replica alle ore 21.00) nel Foyer del Teatro va in scena Butchers Capsule di Gloria Dorliguzzo, lavoro che prende spunto dalla parola greca Hasapikos (letteralmente “danza dei macellai”) per comporre una partitura ritmica intorno al concetto di sacrificio, mentre alle ore 20.00 la Sala Artisti ospita Eat me di Giorgia Lolli, progetto vincitore del bando DNAppunti Coreografici 2023 che indaga sulla rappresentazione del femminile nelle arti visive.
Butchers è un progetto che nasce dalla scoperta di una parola del greco antico e della sua etimologia: Hasapikos, che letteralmente significa danza dei macellai. Da qui prende avvio la ricerca coreografica di Gloria Dorliguzzo. Cosa c’è all’origine di un termine che accosta la danza al taglio della carne? Come comporre un tessuto fatto di partiture ritmiche agite da veri macellai, ma sottraendo carne e armi? Butchers Capsule è l’evento collaterale che scorre accanto al nucleo centrale della ricerca coreografica. Il pubblico entra e viene accolto attorno a un tavolo come in un’assemblea pubblica. Qui Lucia Amara, che cura le tramature drammaturgiche del progetto, espone una vera e propria lectio, un discorso attorno al sacrificio e al taglio rituale della carne nell’antichità in relazione alla metrica della poesia e alle implicazioni politiche della distribuzione della carne nel pensiero democratico antico. Nella stanza attigua, un macellaio agisce una sequenza di taglio della carne in una penombra sonora in un cui la violenza di quel gesto è stata sostituita da un ordito coreografico.
Inspirata dall’espressione comune “mangiare con gli occhi”, la performance nasce da una riflessione sulla rappresentazione del femminile nelle arti visive e sul consumo di immagini nei media tradizionali e si interroga sul modo in cui il corpo viene osservato, indagando le dinamiche e le politiche dello sguardo attraverso la relazione tra spettatore e performer. Forme morbide e pesi sul pavimento, le curve delle due danzatrici in Eat me si stagliano come dune in un fluire di posture.